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01/05/07

Leggere un giornale, fra otto anni (crossposting)

Metto a disposizione dei fedelissimi di Zetavu che non leggono Scene Digitali questo esercizio di fantasia su giornali online e sul tempo che passa. Non escludo di riprendere questo spunto, che è incompleto, e svilupparlo in modo "serio".

Fissiamo una data, non molto lontana. Il 2015. Sì, fra 8 anni, può bastare, è una buona misura. Solo 8 anni fa l’adsl era solo all’inizio della sua penetrazione nella società. Solo 8 anni fa i primi tentativi di mandare immagini per intrattenimento via internet veniva guardato come una bizzarria.

Ora andiamo con l’immaginazione in avanti di altri otto anni. Pensiamo in 3D, cioè in termini di una navigazione internet che si muova fra un sito e l’altro come attraverso “stanze” o spazi in tre dimensioni. Per chi conosce Second Life è facile, ma lo è anche per tutti coloro che abbiamo mai giocato o visto i giochi della playstation o della nintendo.

Dunque siamo in quest’epoca di “interfacce” 3D e corre l’anno 2015. Una volta attivato il nostro computer

con un comando vocale e collegati alla banda a 50 megabit, siamo sulla rete.

Siamo sulla rete e poiché c’è una giornata da organizzare, per prima cosa passiamo tra gli scaffali del nostro supermercato preferito. Guardiamo la merce che “là” è esposta ma che appare uguale e identica sul nostro monitor (un 42 pollici che ci sta davanti come un quadro d’autore. Oppure siamo in viaggio? in questo caso guardiamo sul display del telefono, grande come un moleskine).

Comunque lo si faccia, clicchiamo sull’immagine delle merci, per metterle nel nostro carrello oppure ne diciamo il nome e il computer le mette nel carrello. Vino, acqua minerale, un filetto, un po’ di pesce fresco, frutta, tanta frutta. Ce la manderanno a casa. All’uscita diamo il nostro numero di telefono e pagheremo poi quando il conto arriverà sulla carta di credito o sulla bolletta.

Abbiamo fretta, ci aspetta il lavoro, da casa, in remoto, ma nell’ufficio ci entreremo davvero, vedremo chi è assente e chi è presente. Parteciperemo a riunioni, litigheremo e vivremo lo stress quotidiano, proprio come succedeva quando il lavoro era un’opera dell’ingegno che prendeva forma tra i tavoli e gli ascensori.

I nostri interlocutori - superiori, colleghi, collaboratori- saranno proprio ciò che sono nella realtà, la conferenza non è una teleconferenza, non è il solo spazio puntuale della sala riunioni ad essere rappresentato in quella sorta di cartone animato che è la 3D. Possiamo aprire l’archivio mentre discutiamo, prendere dati, farli vedere agli altri facendoli apparire nell’aria, come grafici, istogrammi, serpenti colorati che disegnano un andamento alternato delle vendite o delle opinioni della gente.

Ma tutto questo ”oggi”, 30 aprile 2015, non è ancora avvenuto. In realtà sono solo le 8 di mattina e la temuta, maledetta riunione non c’è ancora stata. Vogliamo informarci e perciò andiamo nello spazio dei giornali e delle news.

In teoria non avremmo bisogno di altra informazione. Abbiamo già la “base” di notizie che ci servirebbe per cominciare la giornata. La notizia ci raggiunge. I gol della sera prima li abbiamo visti in tv o, se siamo in viaggi sul telefono. Alcuni di noi hanno il loro aggregatore di notizie, che preleva news da centinaia di fonti.

Insomma sappiamo già tutto, perché continuare?

Perché la testa ci ronza di nozioni ma non abbiamo ancora una sintesi, perché abbiamo letto decine di frammenti ma non abbiamo un racconto della giornata. Ecco che ci rivolgiamo al menù personalizzato delle nostre scelte. Una volta si sarebbe detto: al giornale preferito.

Oggi questo significa che la mia persona - certo, sono una persona anche in questo spazio virtuale, ho un avatar, ma è reale, è me, la finzione è tornata all’originale - va in uno spazio dedicato alla notizia e alla sua comprensione. Ai primi passi in questo salone vedo un Bruno Vespa ormai anziano. Evito. Se cliccassi sulla sua faccia dovrei sorbirmi un talk show all’antica, come usava ai primi anni del secolo. Non vedo perché dovremmo usare un mezzo nuovo al modo vecchio.

Piuttosto sono interessato ai “siti” dei giornali che non hanno più nulla in comune con quelli del 2007. Strana cosa, la parola sito è tornata anch’essa al suo significato originario. Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa sono stanze, luoghi, nei quali entro e all’interno dei quali si muovono le persone che fanno la notizia o i loro autori. Ma io che sono un vecchio esterofilo, comincio dal New York Times.

“Leggere” il New York Times in una mattina nel 2015 significa entrare in un mondo vivo. I titoli circolano nello spazio della stanza, ma sono ordinati per argomento e l’argomento è una porzione della stanza, quindi niente caos: cinque passi a destra e sono agli esteri, cinque passi a sinistra e sono alla cronaca nera. Ecco, si avvicina l’ologramma di un’aereo caduto e dei soccorritori che tirano fuori qualcuno da quel groviglio di cose bruciate. Penso con un po’ di angoscia al lavoro dei giornalisti, che hanno visto i corpi dilaniati in 3D, che hanno dovuto guardare sangue e dolore. E hanno dovuto scegliere quali immagini e metterle nell’olo-servizio, scgliendole tra tutti i filmati mandati dalle varie agenzie di immagini. Non avrei voluto scegliere al loro posto.

Ma mi sto sbagliando su un punto: il New York Times è un grande giornale, sul posto c’erano i suoi reporter: ecco ne conosco uno che in questo momento parla in piedi davanti al relitto. Accanto alla sua testa scorrono le statistiche dell’incidente, e le comparazioni con gli incidenti avvenuti l’anno scorso, tutto materiale che la redazione ha messo a punto e montato sulla sua voce, le immagini sono riprese da una persona che lavora per il NYT, non è roba d’agenzia. E’ tutto originale, anche se originale è parola difficile in questo secolo. Ma almeno è il “loro” sguardo sull’evento, lo sguardo del giornale che conosco e di cui mi fido, è il suo racconto dell’avvenimento. In ogni caso non sono d’accordo su alcune cose che dice il giornalista. Apro il file “discussione”, registro il mio intervento. Un sistema di intelligenza artificiale trasformerà le mie parole in una serie di rating e di indicatori - precisione, completezza, competenza - che alla fine faranno la reputazione del servizio. Queste statistiche, visibili al pubblico, servono al giornale per analizzare la sua linea, correggere impostazioni, migliorare il prodotto.

Anche il mio intervento resterà intatto. Il motore di ricerca del giornale lo mette a disposizione di chiunque, fra i milioni di interventi che ogni anno ci sono. L’anno scorso la pressione del pubblico ha fatto sì che il giornale cambiasse il suo endorsement nelle elezioni municipali.

Ma con tutto ciò il ronzio delle nozioni continua, mentre si fa sempre più acuto il mio bisogno di capire, di riflettere. Di fermare la mente su poche cose essenziali, prima che la giornata mi ingoi con il suo ritmo frenetico. Così mi sposto nella parte della stanza dove il New York Times ha messo i suoi commenti e gli approfondimenti. In quest’area ci sono anche i contributi dei blog più autorevoli. Oggi sarà importante leggere quello dei piloti associati, un blog che da mesi denuncia il sovraccarico nel traffico passeggeri che ha ridotto la manutenzione degli aeromobili (ho delle azioni di una compagnia aerea, non vorrei perderci troppi soldi). Accanto a me c’è l’avatar di un ragazzo, che si fa le mie stesse domande. Rifletto che i nuovi media hanno abbattuto le barriere di generazione: “pensiamo” le stesse cose a 20 e a 60 anni. E abbiamo lo stesso bisogno di farci un’idea tutta nostra.

E’ per questo che decidiamo allo stesso modo quando si tratta del passo successivo. Perché vedere, ascoltare, toccare in 3D costa una fatica propria di questi mezzi, uno stress dell’esserci. A questo punto chiediamo al sistema di produrre il giornale. Un file pdf concretizza nelle mani della mia persona elettronica l’immagine del New York Times. Poco fuori dallo spazio news c’è l’immagine di una panchina. Il mio avatar e quello del ragazzo si siedono, cominciano a sfogliare le pagine con un “gira” sussurrato ai sensori del computer. Non leggiamo per davvero gli editoriali. Un lettore neurale li trasferisce nella mente con una voce gentile che - risulta dagli studi - minimizza lo stress. Il nostro vissuto pero’ è quello della lettura, un “inganno vero”, così come pensiamo davvero di essere in due su questa panchina, a leggere il giornale, come noi uomini facciamo da cento anni.

Ma di quel giornale ci fidiamo ancora come cento anni fa.

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Di seguito i weblog con link a Leggere un giornale, fra otto anni (crossposting):

» Il giornale del futuro su message in a bottle
Esisteranno ancora i giornali tra una decina d'anni? Lo spero ma non ne sono sicuro (almeno vorrei arrivare alla pensione, penso nel 2027 o giù di lì...). Esisterà ancora il giornalismo? Da qualche parte, sono sicuro di sì. [Continua a leggere]

Commenti

Io non so davvero se ci sarò!
Ma il VDSL (vedi:http://it.wikipedia.org/wiki/VDSL) almeno in Germania è una realtà!
Quindi non dovrò aspettare il 2015.
Per il resto se ci sarò avrò modo di vedere i cambiamenti anch'io. Come se fossero la cosa più importante.
Un caro saluto e...
... complimenti!

Io spero solo che nel 2015 qualche premio Nobel abbia inventato una batteria universale grande come un francobollo che viene usata dal mio moleskine elettronico, dal computer portatile e dalle olo-cuffie. Oggi come oggi, nel 2011, ancora mi devo arrabbattare tra mille apaprecchi con mille pile diverse, caricabatterie piccoli, ma tutti diversi, spine elettriche con mostruosi adattatori universali scomodissimi, periferiche ricaricate che danno un'autonomia di 6 giorni e invece si scaricano solo dopo 5, batterie economiche che promettono di essere come quelle di marca al trizio ma durano la metà, e l'Ipod infra-orecchio che regolarmnente mi fa un male cane alle ossa del martelletto, quando scalda troppo.
Insomma, poca strada ne è stata fatta dall'inizio del secolo eh.

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