Notizia del primo pomeriggio di mercoledì 21 settembre: Al Gore, già vice presidente degli Stati Uniti al fianco di Bill Clinton, ha annunciato (inglese) l'accordo della sua Current TV con Yahoo per la produzione di materiali video, sia di natura professionale che amatoriale, cioè prodotta dagli utenti.
Poche ore prima, nella giornata di martedì, Microsoft aveva presentato il suo Soapbox. Che cos'è Soap Box? il nome della concorrenza, secondo Microsoft, a YouTube. Con questa meravigliosa bizzarria, che l'elefante qui copia la farfallina: il colosso di Redmond imita il modello della televisione degli utenti, nato poco più di anno fa. E questo, a pochi giorni, dall'annuncio frettoloso di NewsCorp, già riferito in questa rubrica, secondo cui MySpace Video schiaccerà YouTube.
Ma perché, all'improvviso, tutti si accorgono di YouTube?
Se volete sapere cos'è Microsoft Soap Box dovete chiedere un invito qui, perché è un
sito ancora in fase di sperimentazione. Quello che se ne capisce a un primo sguardo è che vorrebbero integrarla dentro MSN, cioè il portale di Microsoft che è una multinazionale, che entra in sinergia diretta con gli strumenti per la redazione e pubblicazione di blog, e che la si accoppierà alle funzionalità video del messenger.
Tutto molto bello, molto interattivo, molto web 3.0 ma, niente che possa sorpassare il modello originario e cioè la stessa Youtube, che nei giorni scorsi ha siglato un accordo con Warner per distribuire, dopo i materiali televisivi della casa, anche la musica e per giunta in modo commerciale.
Ora è molto probabile che qualcuno, pur sopravvissuto fino a questo punto della lettura, si stia chiedendo perché mai noi ce ne interessiamo tanto, visto che da noi queste cose non si vedono e non si vivono. Errore. Da noi queste cose arrivano avvolte in altre involucri e sotto altri nomi. Ma il fenomeno di costume che segnalano è sempre lo stesso: la televisione pulviscolare, ricombinata dagliu utenti. Che da noi si tratti di telefoni cellulari è solo un particolare, è sempre la stessa scrittura collettiva in forma di immagine. Quando nel dibattito politico si dice con aria seriosa: la televisione generalisti entrerà in crisi entro cinque anni", ottimismo a parte, è di questo, più che dei canali tematici, che stanno parlando.
Il fatto è che il giovane nato a ridosso del terzo millennio non ha
più, tra i suoi strumenti preferiti, la scrittura. O perlomeno ha,
accanto alla scrittura, anche le immagini: mandarsi uno spot
pubblicitario pruriginoso, un video di rutti o di canzoni stonate, un
materiale girato ma non pubblicato ritrovato chissà come, un fuori onda
pieno di bestemmie, è comunque un modo di scrivere attraverso moduli
video, pezzi di
televisione che diventano frasi fatte e sintagmi
del nuovo discorso collettivo. Che si abbia 15 anni o 40 anni questa è
la nuova sintassi da studiare.
Ed è una sintassi che deriva direttamente dei generi televisivi, rispettando appartennze precise. Secondo lo E-Media Institute di Londra, un società di analisi dello sviluppo dei nuovi media, lo "User Generated Content" di Google Video, MySpace, YouTube e Microsoft vede questa articolazione dei contenuti: "Quelli musicali sono al primo posto per quantità di prodotti e per ricchezza di soluzioni (dalla parodia al video-karaoke) oltre che per prospettive economiche. Seguono le riprese sportive amatoriali e i generi tipo candid-camera, sketch comedy e funny videos. Crescono i micro reality show fatti in casa e ispirati dalla utilizzazione della web-cam. Il genere soft-erotico è frenato dalla censura sempre più serrata ma domina nei siti trasgressivi"
Televisione come la conosciamo, certo, ma televisione spezzettata,
frammentata, alla fine personalizzata perchè decontestualizzata. Non
priva di pubblicità, ma completamente fusa, la pubblicità col
contenuto, in una potente spinta risignificante dove ciò che conta è il
senso che ognuno imprime alle immagini che monta. Brecht avrebbe amato
tutto
questo, lui che voleva una lampada accanto ad ogni poltrona
di teatro perché la gente potesse prendere appunti e riscrivere l'opera.
E l'Europa? Ma certo che c'è anche da noi. Non a casa abbiamo Telco che offrono alle persone di "far soldi" mettendo un filmato un po' porcaccione nel settore dei video a pagamento, e c'è chi paga e c'è chi incassa. Non a caso anche da noi qualsiasi portale si rispetti ha una sezione di user generated content. Ma ciò che ci fa volare, è anche ciò che ci frena: il telefono, che ha fatto il miracolo degli anni '90 in Italia, che secondo Eurisko è nelle mani del 91% degli italiani, chiude in una morsa "commerciale" (cioè a pagamento) e in una macchina ancora imperfetta per l'interattività,la creatività di milioni di persone.
In questo la specificità americana esiste: il miracolo MySpace o YouTube, 100 milioni di video scaricati al giorno, non sarebbe mai potuto nascere nelle tenaglie di chi ti fa pagare decine di centesimi per ogni immagine che mandi. Ma milioni di filmatini per la morte di Giovanni Paolo II o per la parata degli azzurri al Circo Massimo dopo la vittoria mondiale, ci dicono che la televisione del frammento è arrivata anche da noi: aspetta una pinza che rompa la catena della creazione. La pinza si chiama internet, ma sta ancora nel 30% delle case italiane e non ne raggiunge più della metà
sui cellulari 3, come da risposta al tuo blog in cui compariva un link alla trasmissione "report", uno può condividere un video e ricevere sotto forma di ricarica dei quattrini..chiaramente il top del top è rappresentato dal porno amatoriale su cui uno può spendere senza spendere per il proprio cellulare
Scritto da: Net Flier | mercoledì 20 settembre 2006 a 20:54
caro Vittorio,
la tua rubrica di oggi e alcune precedenti mi spingono a un commento per "spostare un po' più in là" la discussione - come si diceva un tempo.
Sono totalmente d'accordo con la tua analisi, ma discuto l'uso del termine "televisione". Parli di "televisione degli utenti", "televisione pulviscolare", "televisione spezzettata, frammentata, decontestualizzata". Secondo me la televisione "spezzettata, frammentata, decontestualizzata", non è - per l'appunto - più "televisione".
Potrebbe essere una questione da accademia della crusca, puramente terminologica. Ma abbiamo imparato che spesso i nomi sono destini e che usare nomi vecchi per fenomeni nuovi può rischiare di confondere. Non confonde, naturalmente, né me né te, né una gran parte degli aficionados di queste materie. Può invece confondere il pubblico in genere e, in particolare, chi ha scarsa propensione a comprendere i fenomeni nuovi in quanto tali e li interpreta solo come mutazioni di fenomeni precedenti.
La televisione è storicamente un sistema broadcast, unidirezionale, seriale, non manipolabile e generalmente passivo -- se non in alcune integrazioni con il telefono e i telefonini. E', ovviamente, un sistema che produce e si nutre di video. Ma non tutto il video è televisione (vaglielo a dire agli artisti che fanno videoinstallazioni da anni!).
Il video, nella sua essenza è un sistema di comunicazione di immagini dinamiche accompagnate eventualmente da un audio. Il modo con il quale il video è diffuso (non solo "trasmesso") e fruito, può farne cose molto diverse. Se un video - magari originato da una trasmissione televisiva - è riproposto decontestualizzato, destrutturato e magari ricomposto in un ambiente diverso dalla televisione, diventa una cosa diversa.
Se questo è vero, si può parlare di "televisione personale", ancor meno di quanto non si parli di "giornale personale". Ci può essere sul web il privato che si fa, o cerca di farsi, il suo "giornale" e la sua "televisione", ma ciò cui stiamo assistendo è l'esplosione di una comunicazione privato/pubblica diversa, che non è più necessariamente "giornale" o "televisione" ma un qualche cosa d'altro cui ancora non sappiamo dare un nome, per la semplice ragione che non ha ancora una forma.
Questo crea dei problemi di comunicazione sia pubblica (che riguarda in primis noi giornalisti), sia interna al mondo dell'editoria e dell'industria dei contenuti. Non parliamo poi dei problemi che si creano quando discutiamo in particolare, come a me sempre preme, dei particolarissimi contenuti giornalistici.
La "multimedialità" non è, lo sappiamo bene, la giustapposizione di diversi mezzi, ma la creazione di un nuovo ambiente comunicativo dove i diversi mezzi si ibridano e danno vita a narrazioni nuove. Storicamente, in questo momento, questo ambiente è il web, domani chissà.
In attesa di capire meglio che cosa sta succedendo, a che cosa stiamo dando forma, potremmo intanto inventare delle locuzioni meno ambigue e "connotate" per esprimere i nostri concetti. Nel caso in ispecie proporrei un asettico "video" per indicare lo strumento specifico ed eventualmente (ma solo in alcuni casi) quello di "post-televisione" per indicare l'ambiente, il brodo di cultura che accoglie tutto questo. Anche se io, personalmente, eviterei proprio qualunque riferimento alla tv.
Scritto da: Mario | giovedì 21 settembre 2006 a 17:01
Penso che la televisione sopravviverà ad internet usando internet ad esempio attraverso i video podcast ... Internet però si stà trasformando anche in un incredibile calderone di contenuti che nascono dal basso (dagli utenti) attraverso siti che gratuitamente permettono l'upload e la pubblicazione di video, foto e scritti (blog) a chiunque ... In questo contesto l'idea della iTv di Apple permetterà di avere i contenuti da internet alla tv attraverso il pc.
Scritto da: red | domenica 24 settembre 2006 a 17:55