Ci sarà pure pure una punta di opportunismo, non conta. Forse è che lui per storia famigliare sa cosa significhi vivere in dittatura. Di certo Sergei Brin ha fatto ieri un passo importante. Era a Washington per una audizione presso il Senato Usa e lo ha detto con chiarezza (link in inglese): "Forse dobbiamo ripensare la nostra politica in Cina". Questa volta non è "too little too late", questa volta potrebbe essere un passo importante. Proprio perché a parlare non è un "innocente", ma una azienda che si è compromessa col regime.
In jeans e maglietta davanti ai senatori, con la sua aria da bravo ragazzo miliardario, Brin deve aver risentito nei suoi pensieri ciò che il padre e la madre, ebrei russi che hanno lasciato l'Urss negli anni '70, gli devono aver detto. Per questo si è ricollegato al motto aziendale di Google, "Don't Be Evil",(Non essere malvagio, non commettere il male) e ha parlato di una possibilità di ripensare la presenza dell'azienda in Cina, proprio per le difficoltà che il regime frappone al libero svolgimento dell'attività e per la minaccia costante alla libertà personale degli utenti. Non lo ha detto con grande chiarezza, ma lo ha detto. Cosa lo ha spinto?
Qualsiasi sia la motivazione, il gesto è importante. E' quasi certamente un segnale di guerra interno, per una società che solo pochi mesi tutto giustificava con la necessità di "piegarsi alle normative locali" pena l'esclusione dal mercato. Una esposizione di quanto accade a Google in quel paese l'ha fatta Federico Rampini nel suo blog, citando un documento di Reporter Senza Frontiere di qualche giorno fa.
Un gesto importante non solo per l'eventuale lotta interna a Google ma anche per gli altri. Per Yahoo! in primo luogo, che è da tempo sotto attacco politico per aver accettato di fornire documenti relativi al traffico internet di persone poi condannate dal regime di Pechino. Importante per Microsoft, che tiene con la Cina rapporti da Stato a Stato - il premier cinese, nel suo recente viaggio negli Usa, è andato prima da Gates e poi ha incontrato Bush.
Ma importante per mettere in crisi il cavallo di battaglia della realpolitik secondo cui "Non si può fare altrimenti".
E invece Brin ieri ha messo in discussione il primato assoluto del "Business first" e ha detto (interpretiamo) che con la Cina si può aprire un conflitto ragionato. Ha messo il dito su ciò che tutti vediamo, che se sei imprenditore dell'informazione, il tuo business "è" la libertà della gente.
Il bravo ragazzo che ha inventato la macchina dell'informazione del ventunesimo secolo non è all'improvviso diventato Don Chisciotte. Ha messo solo un pezzo di legno nell'ingranaggio della logica economica ma in nome della libertà economica: perché quanto a lungo si può andare avanti con un governo che ogni giorno ti lega con un laccio nuovo?
Se tutti gli imprenditori "della libertà di pensiero" occidentali si ponessero verso la Cina nell'ottica di essere coerenti con i principi che sbandierano di fronte ai propri investitori - quelli della Corporate Social Responsibility e della Corporate Ethics - un nuovo corso delle cose sarebbe possibile.
Secondo quei principi, è un elemento sufficiente a non investire in una società il fatto che quella azienda impieghi manodopera composta da minori oppure che non venga rispettata la prassi di corrette relazioni sindacali. E la libertà d'espressione di chi compra il prodotto "informazione" non conta?
E' mai possibile che la borsa possa non vedere la contraddizione palese tra il comportamento in patria di aziende che rispettano ogni diritto di libertà e che, una volta in Cina, si affidano in tutto e per tutto al pieno controllo delle autorità di uno stato estraneo al (allo stato di) diritto?
Certo quel governo ha il potere di mettere fuori mercato le aziende che non rispettano le sue regole. Non si può essere idealisti più di tanto. Ma se gli investitori cominciassero a trattare i portali come trattano le aziende che fanno lavorare i bambini-schiavi, le cose non sarebbero diverse? Solo una minaccia economica può bilanciarne un'altra.
O certi principi valgono solo quando sono scritti nei bilanci annuali che vanno sui siti internet? Le società si vantano molto dei bei voti che gli specialisti danno alla loro etica d'azienda, di solito misurata con ponderosi questionari con centinaia di domande.
Ma la realtà è là fuori, e non si misura in un questionario. Che lo volesse o no, Sergei Brin ha indicato una strada possibile.
Altre fonti: Reporter senza Frontiere (sito in inglese, francese e spagnolo)
Montanelli diceva che aver liberalizzato l’economia mantenendo però un potere politico estremamente rigido, aveva permesso alla Cina di reggere il crollo mondiale del comunismo, evitando la disgregazione che ha invece indebolito i paesi del blocco sovietico, portandoli alla corruzione, all’ingovernabilità e ad una diffusa criminalità (ancora più) organizzata.
Quello che mi chiedo è se oggi, a distanza di anni, la Cina è pronta per un sistema politico più democratico o se ne subirebbe ancora gli effetti devastanti che tale sistema è in grado di generare in paesi che non sono pronti a recepirlo. Certo, forse il modo più soft per avvicinare un popolo all’idea di democrazia è proprio garantirgli l’accesso libero all’informazione e quindi a Internet. Se tale accesso è precluso o limitato, è forse giusto fare qualcosa.
Scritto da: Luiggi | giovedì 8 giugno 2006 a 12:45
mi sembra che manchi dal tuo ragionamento una considerazione importante: google produce libertà, o almeno it is supposed to. certo google non deve scendere a patti con il regime cinese - e, proprio nella logica liberista e libertaria, è ancora più importante che siano le compagnie private, prima ancora degli stati, a non scendere a patti. però è forse ancora più importante che google penetri la cina - e non per i conti di google, ma per la libertà della cina. quindi l'opzione sul tavolo non deve essere o ci slegate le mani o ce ne andiamo. ma: slegateci le mani, perchè non potrete fermarci comunque
ciao
Scritto da: nullo | giovedì 8 giugno 2006 a 14:56
Ciao nullo,
Secondo me il grande equivoco sia proprio nel pensare che google produca qualcosa di diverso dal profitto. non e' un'associazione umanitaria e se brin ha dato questo annuncio avra' le sue buone ragioni per farlo e, queste, hanno poco a che vedere con il buonismo con cui la sua azienda cerca di ricoprirsi.
Questo, naturalmente, non vuol dire che questa mossa non possa avere effetti positivi, anzi me lo auguro, ma credo che vada analizzata con le dovute cautele perche', per quanto bambinesco e pulito sia il facciotto di brin, dietro di lui ci sono fior fiore di esperti economici/sociali/di marketing/etc che passano al vaglio le dichiarazione del capo, ben conoscendone il peso.
le aziende ormai vendono un'immagine, "un'esperienza" (per citare Naomi Klein, se non sbaglio), e in quella di google il candore e il buonismo sono i cavalli di battaglia.
ciao,
alescs
Scritto da: alescs | giovedì 8 giugno 2006 a 18:12
scusate ma... non possiamo dire: ok, in Italia segui le regole italiane, negli USA quelle statunitensi e in Cina quelle del fair-play.
poi che il governo cinese sia un tantino repressivo lo credo anch'io
Scritto da: scusate | giovedì 8 giugno 2006 a 18:43
è un'apertura incoraggiante, quella di Brin.
una segnalazione, su radiodue, verso settembre-ottobre 2006, ci sarà una trasmissione diretta dall'UniRai che parlerà proprio di censure del mondo internet, soprattutto ai danni dei blogger cinesi.
ciao
Scritto da: gepe | giovedì 8 giugno 2006 a 20:10
Segnalo un ottimo articolo di Punto Informatico sull'argomento:
http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1517059&r=PI
Ma perché, caro Zambardino, non citi mai la più autorevole fonte italiana sulla tecnologia e l'informatica? Eppure sembri seguirne passo-passo l'agenda... un caso?
Scritto da: Digy | giovedì 8 giugno 2006 a 20:25
Mah, io ho letto con molto interesse il commento di Vittorio, anche in questa occasione utile per riflettere piu' a fondo sui problemi.
Se ne parla in queste ore, e certo non lo fa solo PI, perché le dichiarazioni di Brin sono recentissime. E rifletterci sopra, vista la posta in gioco e il ruolo della Cina, mi sembra sempre utile. Su qualsiasi sito.
Scritto da: paolo de andreis | giovedì 8 giugno 2006 a 20:45
Zambardino non cita mai Punto Informatico?
Oh bella, e allora perché se vado su Google (lupus in fabula) e cerco:
"PUNTO INFORMATICO" site:/vittoriozambardino.blog.kataweb.it/
mi escono 87 (leggasi ottantasette) risultati?
Scritto da: vic | giovedì 8 giugno 2006 a 20:54
Bersagliare Google di critiche é molto piu facile che analizzare un po piu a fondo il problema. L´argomento é molto complesso. Google é sceso a COMPROMESSI con il gov. cinese. Ok ma..
1)Compromesso significa Google.cn censurato ma Google.com perfettamente funzionante in Cina. Cito "The company aimed to balance the self-censorship with the company values and motto while still offering the company's uncensored search engine, Google.com." Il punto é allora quanti cinesi sanno o no l´inglese e quanto degli avvenimenti in Cina viene riportato dagli occidentali..
2) rispetto a Yahoo cina e altri Google é l´unico a dire espicitamente quando una ricerca ha dato esiti censurati. "unlike Yahoo, Google.cn explicitly tells users when results have been eliminated from a search"
3)Google é una azienda privata, non un istituzione, e come tale puo comportarsi come gli pare nel rispetto delle leggi. Se le leggi hanno un carattere "locale" che colpa ne ha Google?
4) Non rivelare non significa falsificare.
5) L´apertura di Brin ci sta tutta ADESSO. Ma prima di entrare in casa di sconosciuti si bussa e ci si presenta. Google mi é parso intelligente ed "educato", pur tutelando se stesso come di diritto sacrosanto.
Sergio
Scritto da: sergio | venerdì 9 giugno 2006 a 07:32
Idealismo o no, quando si scende a patti con un paese che giustizia 10000 persone all'anno sei mezzo assassino anche tu. Non penso siano cose da sottovalutare anche perchè arriverà sempre il momento in cui ci si farà la domanda "cosa hai cercato nella vita? soldi o giustizia?"
ciao a tutti, anche ai cinesi
Scritto da: gigi | lunedì 12 giugno 2006 a 12:27
@ Sergio.
E' vero, ma vale per tutti. Gli Usa quanto ne giustiziano? Allora se andiamo a fare business in Usa siamo un po' complici? E quando compriamo benzina che proviene a stati “cattivi”?
Un'altra via potrebbe essere fare business con loro e lentamente ma inesorabilmente trascinarli versi metodi democratici.
@ alecs.
E' vero che Google è un'azienda, nessuno lo nega. Ma tutta la Net Economy è nata su presupposti un po' diversi, rispetto a molta economia precedente. Non mi sorprende che Google se ne esca con queste posizioni. Se vai a vedere cosa dicono i fondatori di molte aziende spesso ti stupiresti che siano esternazioni del 21° secolo e non dei primi anni 70.
Cercano magari di essere un po' coerenti con le loro idee? E' poi chiaro che oggi escludere il confronto con la Cina oltre a essere una pazzia è fuori dal tempo!!
Scritto da: Lorenzo | lunedì 12 giugno 2006 a 13:20